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Chi era: poeta
Nato a: Frosinone nel 1840

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Il padre di lontana origine greca proveniva dalla ligura e precisamente da San Biagio, Diocesi di Ventimiglia. Ebbe un piccolo impiego presso la Delegazione di Frosinone con il quale tirò avanti la numerosa famigliola. Giambattista, Leopoldo, Giuseppe, Teresa, Luigi e Sisto. Dopo la sua morte avvenuta nel 1850 la famiglia Maccari si trovò in gravi difficoltà e dovette contare soprattutto su Giovambattista, il quale si era trasferito a Roma ove pian piano chiamò i fratelli e quindi tutta la famiglia. Comunque furono anni di privazioni e di sacrifici, per cui anche il fisico dei giovani ne risentì. Tutti i figli di Antonio Maccari furono inclini alle lettere e alle arti eccetto l’ultimo, ma in modo particolare Giovambattista, Giuseppe e Leopoldo, tutti destinati ad una fine immatura perché colpita da tisi: Leopoldo morì nel 1866; Giuseppe nel 1867; Giovambattista nel 1868 e Sisto nel 1869. Nel 1864 tutta la famigliola era radunata a Roma in una casa in via delle Quattro Fontane che a Giuseppe ricordava la casa patera a Frosinone nella quale si coltivavano migliori speranze, per la presenza di un orto pieno di verde. Invece sarebbe diventata la casa del dolore, perché nell’arco di pochi anni furono presi dal morbo quattro fratelli, tra i quali anche Leopoldo che si era sposato e aveva un bambino di nome Antoniuccio. Successivamente Luigi riportò nella casa di Frosinone la mamma, la sorella e la cognata con il bambino. Giuseppe fin dall’infanzia mostrò un’intelligenza vivace con un gran desiderio di imparare. Quando morì il padre, Giuseppe aveva undici anni e Giambattista studiava giurisprudenza a Roma. Trovato l’impiego, Giambattista chiamò a Roma Leopoldo e nel 1855 anche Giuseppe, il quale era un ammiratore del fratello poeta e lo pregava di farlo diventare poeta ma a causa della sua malferma salute Giuseppe, per alcuni mesi tornò a Frosinone a curarsi. A Frosinone Giuseppe aveva studiato la grammatica latina e italiana, aveva letto i fioretti di San Francesco, il Novellino e brani di autori del ‘300; imparò la retorica presso un sacerdote, il quale sapeva di latino, ma poco o niente di italiano. Con questo maestro lesse Cicerone e Virgilio e si cimentò a tradurne la seconda egloga. Riferiva puntualmente al fratello Giambattista con lunghe lettere i sui progressi nello studio e perfino i litigi con il maestro di latino. Nel 1857 Giuseppe riabbracciò il fratello Giambattista a Roma dove un sacerdote gli aveva parlato della lingua greca per cui tornato a Frosinone da solo si mise a studiare il greco, fece progressi sia pure con un impegno serrato ma la salute ne risentii ulteriormente. Oltre ai diletti studi coltivava anche la poesia componendo versi con facilità e naturalezza. Una signora lo mise in contatto con un barone, il quale gli affidò il figlio affinché lo seguisse nello studio e gli desse lezioni private. Con questa famiglia nell’estate del 1862 visitò molte città d’Italia, ma soprattutto fu affascinato da Firenze che resterà sempre fissa nel suo cuore. Tornato a Roma, dava lezione ad altri giovanetti ma toglieva il tempo ai suoi studi, si affaticava e la salute ne risentiva. Un tedesco gli chiese lezioni di italiano e così entrati in confidenza lo introdusse nella biblioteca dell’Istituto di Prussia ove conobbe uomini assai dotti dai quali fu tenuto in grande considerazione. Frequentava assiduamente tale biblioteca dalla quale prendeva libri per leggere e studiare. Talvolta lo accompagnava Giambattista. Così avvenne l’ultima volta e fu Giambattista, quando morì Giuseppe che riportò alcuni libri nella biblioteca dalla quale il fratello li aveva prelevati. Leggeva spesso le sue poesie a Giovambattista ma in luoghi aperti e pieni di sole. “Nell’ultima estate egli era anche più del consueto bello di giovinezza e di forza mentre il fratello Leopoldo disteso sopra un letticciuolo s’assottigliava come un ombra. Questo fratello morì e le guance di Giuseppino perderono le rose e tornarono a impallidirsi”. Così riferiva il fratello Giambattista. In seguito alla morte dei quattro fratelli la famigliola si ritirò di nuovo a Frosinone: La madre Eleonora, la vedova di Leopoldo con figlio Antoniuccio, Luigi il quinto dei fratelli e Teresa. G. Tirinelli, uno degli amici dei fratelli Maccari così descrive un suo viaggio a Frosinone e la relativa visita alla vedova Eleonora: “... La casa dei Maccari guarda una valle profonda, terminata dall’Appennino. S’entra da una viuzza angusta e malinconica, detta dei Pagliari bruciati, che è dentro il paese di fianco ad un arco o antica porta. E’ una casa di due o tre piani... quando entrai all’improvviso dopo tanto tempo che non ci eravamo più veduto cioè dalla morte di Giovannino la buona vecchia si levava allora allora di tavolo. In piedi vicino alla finestra, era la vedova di Leopoldo, vestita ancora a bruno, gracile, molto abbattuta. Ritto in mezzo alla stanza era un giovanotto sui diciotto anni biondo, ricciuto, alto nella persona, che mi guardava sorridendo con le mani nelle tasche dei calzoni. Questi era Antoniuccio il figlio di Leopoldo che io aveva veduto bambino:

Ve’ l’occhio azzurro del mio bambinello
Azzuro, come a sera si colora
Al bel sereno la natia montagna.
Ve’ come ingenuo ride confidando
Su la materna spalla il biondo capo!
Ei non conosce nella sua lietezza
Che gli è mancato un padre e pure ei sente
Al viver dolce che gli è padre Iddio. (G. Maccari).

Un ritratto ad olio pendeva da una parete era quello di Giovannino fatto da un pittore tedesco... Poi mi volsi al ritratto di Peppino, che mi stava da un lato sopra uno scaffale di libri vecchi e impolverati quelli sui quali aveva logorata la sua giovinezza... dalla ringhiera adorna di vasi si godeva la bella vista delle montagne: entrava un venticello carezzevole a ondate che ci legava i freschi effluvi di quelle rive lontane, incerte e vaporose sulle quali torreggia il monte Cacume... Frosinone... non ha una pietra che ricordi i fratelli Maccari: non ha dato il loro nome ad una via del paese; neppure a quella ove sorge la loro casa; forse neppure sa di averli avuti per figli; è capoluogo di circondario; con Ferentino ed Anagni divide la gloria molto modesta di essere una delle migliori città della Ciociaria”.Oggi a Frosinone c’è una via dedicata ai fratelli Maccari, anche l’istituto magistrale è stato intitolato ai Maccari per opera soprattutto del preside Filosa, che tra l’altro è stato uno dei più valenti studiosi della poesia dei nostri poeti. Ma a proposito di Giuseppe Maccari e della sua poesia vediamo cosa dice lo studioso e critico G. Cusatelli: “Il fratello di Gianbattista Maccari, Giuseppe (1840-1867), ebbe una formazione più accentuatamente classicistica e si legò al Leopardi con un rapporto d’imitazione così stretto da non consentire che rari recuperi di un'area poetica personale. Spesso nelle sue Poesie (Fírenze, 1865), i motivi degli idilli leopardiani, la donzelletta, la gallinella, la quiete dopo la tempesta diventano esercitazioni e il clima di suggestione letteraria è così intenso che del Leopardi riporta seco persino le cadenze della melica settecentesca. Ma in Giuseppe Maccari la poesia sa anche trovare una sua strada originale, quando, sospesa la boriosa argomentazione etico-psicologica, egli cede ad una cadenza di situazioni fresche e primaverili, stilizzate appena quel tanto che basta ad evitare una dispersione impressionistica”.

Testo scritto da Umberto Caperna e tratto da:

http://www.comune.frosinone.it/frusna/personaggi_illustri/maccari_giuseppe.htm 

 

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